Kyrgios vuole aiuto, non perdono

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La doppia morale del Tennis: se doping fa rima con “antipatia”

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Signore e signori del tribunale popolare del web, ricominciate pure a scaldare le tastiere. Nick Kyrgios, proprio lui, l’enfant terrible per eccellenza, l’uomo che ha trasformato il “bad boy” in un marchio di fabbrica, è stato sospeso provvisoriamente dall’ITIA dopo essere risultato positivo ad un metabolita della cocaina durante il torneo di Maiorca.

Apriti cielo. I moralisti dell’ultima ora stanno già imbracciando i forconi, pronti a trasformare un banale test antidoping nella resa dei conti definitiva contro il tennista più divisivo dell’ultimo decennio. Ma prima di emettere la sentenza di condanna a reti unificate, facciamo tutti un bel respiro e proviamo a guardarci allo specchio.

La memoria corta del Popolo Italico

Vi ricordate cos’è successo solo due anni fa quando è esplosa la bomba sul caso Clostebol e Jannik Sinner? La narrazione era unita, compatta, quasi messianica: “Innocente!”, “Errore in buona fede!”, “Tutti contro il nostro campione per invidia!”. E sia chiaro, giustissimo così: la contaminazione involontaria e la buona fede di Jannik sono state riconosciute e difese, tutelando un atleta impeccabile e un patrimonio dello sport.

Ma adesso che nei guai ci è finito Kyrgios, la musica è magicamente cambiata. Siccome Nick non ha l’aria del bravo ragazzo della porta accanto, siccome non gioca a burraco e spacca le racchette invece di ringraziare i raccattapalle, allora la reazione d’impatto è il pubblico ludibrio.

La verità è che stiamo applicando la più classica e ipocrita delle doppie morali:

  • Se il caso riguarda il ragazzo d’oro che ci sta simpatico, si analizzano le sfumature, si invocano le perizie tecniche e si chiede garantismo a gran voce.
  • Se il caso riguarda il “cattivo” del circuito, quello che risponde male in conferenza e fa i servizi da sotto, allora diventa automaticamente un criminale da radiare a vita.

Un errore umano, non un vantaggio sportivo

Guardiamo in faccia la realtà dei fatti: la cocaina è una sostanza d’abuso, una piaga personale, ma di certo non è un performance enhancer che ti fa servire ace a 230 km/h sull’erba di Wimbledon. Lo ha ammesso lui stesso con una trasparenza disarmante nelle sue storie Instagram: “Ho commesso un enorme errore e me ne assumo la totale responsabilità”. Ha parlato dei suoi demoni, del peso devastante di due anni di infortuni e della salute mentale a pezzi.

Kyrgios non ha imbrogliato per vincere un trofeo. Ha sbagliato nella vita privata, come uomo fragile prima che come atleta, in un momento di buio profondo.

Se siamo stati capaci di comprendere la complessa vicenda medica di Sinner e di garantirgli il beneficio del dubbio prima delle sentenze, oggi abbiamo l’obbligo di usare lo stesso metro di giudizio con Kyrgios. Non si tratta di difendere l’uso di sostanze o di fare spallucce di fronte al regolamento, ma di scindere l’antipatia personale dalla giustizia sportiva.

Nick ha annunciato che si ritirerà per un mese per curarsi e ritrovare se stesso. Invece di tirargli le pietre dal pulpito della nostra presunta superiorità morale, auguriamogli di rimettersi in sesto. Perché il tennis ha bisogno di regole uguali per tutti, ma ha anche maledettamente bisogno di empatia. Soprattutto quando i riflettori si spengono e i campioni restano da soli con i propri errori.

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